Negli anni ottanta fui folgorato dalla visione di Conan, ragazzo del futuro di Miyazaki. Alla fine di ogni puntata ripassavo mentalmente il titolo dell’opera originale: The Increbile Tide di Alexander Key. Poi andavo ad allenarmi: raccogliere oggetti coi piedi, correre in salita, pescare in apnea, sollevare pesi: volevo essere degno di Conan. Convinto che l’apocalisse nucleare fosse alle porte, distribuii a mano decine di volantini scritti a mano, poco più grandi di un francobollo, recitanti profezie come “nel 2000 il mondo finirà” o “mille e non più mille”.
All’inizio degli anni novanta, mentre studiavo fisica, lessi un articolo sul global warming. Colsi immediatamente la relazione tra riscaldamento globale e secondo principio della termodinamica: eravamo condannati1. O si cambiava direzione di marcia, o i miei figli avrebbero vissuto le avventure di Conan e Lana al posto mio. Io, al più, sarei potuto essere il nonno: dovevo studiare per essere degno del ruolo del mentore.
Col nuovo millennio, avendo mancato la prima apocalisse, iniziai a prepararmi alla seconda. Ero fresco della tesi sul CMS, rivelatore di muoni del LHC, mio infinitesimo contributo alla scoperta del bosone di Higgs. Sapendo che nel 2005 al CERN avrebbero fatto collidere protoni a energie mai viste prima, temevo che l’umanità potesse accidentalmente produrre un buco nero capace di inghiottire il sistema solare.
Stavolta l’apocalisse arrivò, almeno per me. Abbandonai Padova, migrai su quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, misi su famiglia. La fine del mondo si manifestò come una piccola rivoluzione copernicana: nascita della figlia, morte del padre, vita da pendolare estremo: quattro ore di viaggio al giorno, centomila chilometri in sette anni. Ma continuai a prepararmi alla venuta dell’Incredibile Marea: affittai una casetta in cima alla collina, sufficientemente elevata sul livello del mare. Dovevo costruire le fondamenta dell’Isola Perduta.
L’apocalisse del 2012 mi lasciò indifferente. Il riscaldamento globale era ormai accertato: dopo le Big Five2, era ora di prepararsi alla prossima estinzione di massa: quella dell’Olocene. Non bastava più essere degno di Conan né del nonno, adesso dovevo batterli, fare meglio di loro. Ma per salvare l’umanità da se stessa, dovevo innanzitutto comprenderne le dinamiche.
Dopo aver letto Lila compresi il mio destino: il ruolo dei disadattati, che Pirsig chiama “portatori di Qualità Dinamica”, è sacrificarsi per cambiare la società3. Abbracciai la metafisica della Qualità e accettai la mia vera natura: ridurre i consumi e dare l’esempio, senza imporre le mie scelte. Anzi: senza nemmeno criticare chi prende l’auto per fare due chilometri, tiene casa più fresca d’estate che d’inverno, o crede che il riscaldamento globale non dipenda dalle sue abitudini4. Costruii un faro sull’Isola Perduta per illuminare la rotta ai naviganti: seguite la mia luce, non la mia strada.
Questa è, in nuce, la filosofia di Pirsig: raccontare il proprio stile di vita come eredità culturale, per impattare la realtà senza imporla. Il modus vivendi dei rivoluzionari è spesso osteggiato dai contemporanei, per cui è vano illudersi che possa essere adottato nel presente. Ma se semini bene, poi la società cambierà da sé: lentamente, nel corso dei secoli, ma cambierà. Lo afferma la teoria del caos, lo conferma la storia, lo suggerisce il Tao.
Figura 2: la felicità secondo Giacomo Zucco
Dopo una vita a metà tra Conan e San Francesco, credo tutt’ora che raccontarsi sia un buon modo di impattare la realtà. Me lo ha trasmesso mio padre e l’ho espresso in termini scientifici. Perciò continuo a pranzare con una mela, anche se offro la pizza agli altri. Faccio la spesa a piedi, ma prendo l’auto se mi chiedono un passaggio. Indosso abiti usati, ma pago lo shopping della figlia. Prendo un volo ogni tre anni, ma rispetto chi fa una gita al mese. Sono stupido perché non riesco a dire “se lo faccio solo io, non serve a niente”. Siamo davanti a un incendio planetario: non smetto di fare il pompiere solo perché gli altri gettano benzina sul fuoco. È un sacrificio inutile? Può darsi. Ma spesso sono gli stupidi a fare la storia, e io, modestamente, nacqui.
Dopo la pandemia acquistai ulteriore consapevolezza: impattare la realtà raccontandosi funziona, ma richiede secoli. Purtroppo il tempo iniziava a scarseggiare. Così, nel 2021 cambiai approccio: dovevo battere Conan, correre più veloce di lui e Jimsy. Ma come? Beat Conan ... Bit Conan ... Bit Coan … Bitcoin!
Avevo scoperto Bitcoin (che io preferisco chiamare Bitpower) grazie a Tom Bombadil, compagno di giochi del vecchio millennio. Conoscendo la mia avversione per il denaro, Tom mi sedusse parlandomi di crittografia asimmetrica, hashing, prova di lavoro e generali bizantini. Mi innamorai di Bitpower dal punto di vista matematico: gli altri investivano denaro, io tempo.
La prima epifania fu comprendere che io odiavo la finanza, non l’economia. In natura l’economia governa le colonie di formiche e gli alveari. La finanza invece è aria fritta, un parassita delle leggi primordiali. Trascorsi anni a studiare economia austriaca, teoria dell’informazione, termodinamica, crittografia e storia. Alla fine, compresi che il denaro poteva essere sano o malato, e quello moderno era in fase terminale.
La seconda epifania arrivò quando mi giunse voce che Bitpower stava distruggendo il pianeta. Il dilemma fu immediato: dovrei osteggiarlo? È lo strumento del nemico? Passai settimane a controllare le fonti e armonizzare i dati. Il risultato fu sorprendente: forse Bitpower non stava distruggendo il pianeta, forse era vero il contrario. Il rapporto tra mining ed energie rinnovabili era più complesso di quanto raccontassero i giornali. L’argomento andava approfondito.
L’ultima epifania giunse leggendo il Bitcoin Standard. Secondo alcuni punti di vista il capitalismo era la nemesi del consumismo. Il capitalista temporale preferisce risparmiare, piuttosto che spremere il presente. I problemi moderni non vengono dal capitalismo, ma dalla valuta fiat emessa a debito. Secondo molti esperti, un denaro sano potrebbe abbassare la preferenza temporale, scoraggiare i debiti e costruire un mondo più sostenibile.
Alle tre epifanie seguirono altrettante cadute. Alla fine del 2021 compresi che i concetti espressi dal Bitcoin Standard erano interpretazioni, non fatti: esistevano altre scuole di pensiero. Poi il modello stock-to-flow mostrò i suoi limiti predittivi, fiaccando il mio amore per l’approccio matematico . La terza caduta si manifestò quando scoprii (beata ignoranza) che utilizzare le valute digitali implicava fogli Excel con centinaia di righe, conservazione di ogni wallet, avventurarsi nella casa delle follie e affrontare il drago della fiscalità.
Il mio odio per la burocrazia tornò a galla più acido di un riflusso gastrico, avvolgendo ogni cosa nel suo manto, inclusi economia e denaro. Tutto mi fece nuovamente schifo. Sono fondamentalmente anarchico, faccio fatica a comprendere le norme vigenti, figuriamoci quelle fiscali. Le leggi della fisica sono naturali ed eleganti. Al contrario, il fisco è una rete a strascico: scarica enormi costi burocratici su milioni di onesti, per catturare qualche evasore. Perché dovrei studiare una normativa scritta per i disonesti, quando vivo più onestamente di chi l’ha promulgata?
Ci vollero mesi, ma alla fine mi ripresi. Accantonai il progetto di capitalizzare le mie conoscenze e decisi di dedicarmi alla divulgazione. Se Bitpower poteva aiutare la transizione verso le energie rinnovabili, il mondo doveva saperlo. Credevo d’essere la persona giusta per spiegare ai saggi figli di Elrond cosa fosse il denaro sano. Con questa rubrica speravo di raggiungere i miei simili: idealisti che odiano la finanza, ecologisti che avevano creduto alla narrativa Change the Code di Greenpeace, ambientalisti che confondono il capitalismo con l’economia Keynesiana.
Scrivere mi aiutò a ritrovarmi. Prima dei quarant’anni non compravo mai nulla di nuovo. Riparavo tutto, anche le scarpe di seconda mano. Verso i cinquanta mi accorsi di avere più denaro che tempo, così mi concessi qualche eccezione: un paio di scarpe nuove, pantaloni di prima mano, un viaggio in Irlanda. Ma dopo una decina di acquisti compresi che la questione non era il tempo, ma l’egoismo. Dicendo “costa meno cambiarlo che ripararlo” stavo cadendo nella trappola del consumismo.
Esempio: qualche anno fa acquistai dei pantaloni usati per meno di dieci euro al paio. Recentemente li ho fatti riparare, spendendo diciotto euro. Avrei potuto cambiarli, risparmiando tempo e denaro. Ma sono un capitalista sociale, non individuale. Quei diciotto euro sono il mio contributo allo sviluppo della sartoria: un investimento a perdere (individuale) per far crescere il settore della riparazione (sociale). Il mio capitalismo mira al profitto ambientale, non personale. Piuttosto che sostenere organizzazioni ecologiste, soggette alle vulnerabilità del potere astratto, preferisco investire nella sartoria sotto casa, affinché possa crescere, prosperare e attirare sempre più clienti. Questo è il capitalismo che mi piace.
Nel 2023, dopo aver letto Softwar, decisi di allargare la discussione. Invece di limitarmi al legame tra energia, tempo e denaro, iniziai a parlare di Bitpower dal punto di vista antropologico, biologico e filosofico. Il lavoro di Lowery sembrava l’aggancio perfetto: non disponibile in italiano e incentrato sulla questione dell’analytical bias. Lowery remava nella mia stessa direzione: spiegare che Bitpower era più di una moneta digitale. Forse era il prototipo di una forma di governo senza politici, un’arma digitale o un primo esempio di vita artificiale. Credevo di essere la persona giusta per divulgare questa tesi: la maggior parte dei sostenitori di Bitpower segue logiche di profitto, ama consumare e non comprende chi detesta il denaro. Nietzsche direbbe che il Bitcoiner medio aderisce alla morale dei signori, per cui deride la morale degli schiavi. Von Neumann direbbe che la mia funzione di utilità non ragiona in termini di profitto. Piaget mi darebbe dello stupido, e forse avrebbe ragione. Mettetela come volete, ma alla fine raccolsi la sfida: spiegare Bitpower a chi odiava il denaro, il consumismo e il capitalismo.
Il primo ostacolo era l’analytical bias. Il radar non è una tecnologia bellica, perché la sua adozione ci ha dato il forno microonde, il Wi-Fi e nuovi esami diagnostici. Non bisogna confondere lo strumento (un’onda elettromagnetica di 2.4 GHz) con il suo utilizzo (radar, microonde, Wi-Fi ecc.). Bitpower è una tecnologia, e la sua adozione come valuta digitale è solo uno degli utilizzi possibili. Purtroppo, finché Bitpower sarà esclusiva di smanettoni e speculatori, questo resterà il suo principale caso d’uso. C’è bisogno di esperti in fisica e sociologia, per costruire una teoria scientifica che spieghi di che bestia stiamo parlando5.
Negli ultimi cinque anni ho dedicato metà dei weekend a fare divulgazione. Ho tentato con la gamification, lavorando a un gioco da tavolo sul tema del mining. Mi sono gettato anima e corpo nell’impresa, senza guadagnarci un soldo, abbagliato dall’ennesimo tentativo di evitare l’apocalisse. Ho fallito: o venivo etichettato come testimone di Geova, o mi chiedevano consigli finanziari. “Secondo te salirà? Quali tasse devo pagare? Quando dovrei vendere? Il quantum computing è un pericolo?”
Io raccontavo la rivoluzione dal basso, gli altri vedevano solo il prezzo: fuck the price!
Ho lavorato come docente, dato ripetizioni, tenuto corsi, scritto libri, ma Bitpower è diverso: quando parlo di meccanica quantistica, le persone mi ascoltano come se fossi la voce del multiverso. Se invece spiego cos’è Bitpower, mi trattano come un venditore porta a porta. Questo fallimento ha messo in discussione le mie capacità divulgative. Mi preoccupa l’idea che amici e parenti si fidino ciecamente di euro e dollaro, forme di denaro non solo malate, ma centralizzate, digitalizzate e censurabili. Posso capire che le aziende preferiscano ancora Windows a Linux, oppure Microsoft a Libre Office, ma è doloroso accettare che proprio coloro che più potrebbero beneficiare di Bitpower, si rifiutano di capirlo.
Alla fine ho gettato la spugna. Ho rimosso le pagine dedicate a Bitpower dal mio sito e rinunciato a educare chi si lascia abbindolare da paroloni come blockchain, Proof of Stake, DeFi, NFT e menate varie. Preferite che vi racconti della disuguaglianza di Bell? Quella di Jarzynski? Volete le favole della buona notte? Bene, se preferite qualcosa da leggere sotto l’ombrellone, questo avrete: i prossimi articoli non riguarderanno la natura di Bitpower né i resoconti della mia sgangherata esistenza. Torno alle origini, al primo amore: la narrativa. Forse qualche racconto riuscirà a risvegliare le coscienze e spostare l’apocalisse un po’ più in là, ancora una volta.
In virtù del secondo principio della termodinamica qualsiasi tecnologia di raffreddamento, per quanto avanzata, scalda l’ambiente più di quanto raffredda il sistema che viene refrigerato.
Estinzione Ordoviciano-Siluriano (440 milioni di anni fa): glaciazione e calo mari. Estinzione Devoniano superiore (360 milioni di anni fa): crisi marine prolungate. Estinzione Permiano-Triassico (250 milioni di anni fa): vulcanismo e anossia. Estinzione Triassico-Giurassico (200 milioni di anni fa): CO₂ e vulcanismo. Estinzione Cretaceo-Paleogene (66 milioni di anni fa): impatto asteroidale.
“C’è un ordine naturale in questo mondo, e coloro che tentano di capovolgerlo non se la passano bene” [Cloud Atlas].
Se nessuno seguisse il calcio, i calciatori non guadagnerebbero milioni. Analogamente, se nessuno acquistasse un climatizzatore, il pianeta sarebbe sicuramente un po’ più fresco.
Secondo Giovanni Santostasi, Bitpower segue le leggi dell’evoluzione animale, e non quelle della finanza.






